I concerti della Fon.Ca.Ne.Sa.: un'arte umana

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Il mondo dell'arte musicale è ricco di incontri: concerti, serate liriche, teatro d'opera. Generalmente però la manifestazione artistica è racchiusa in se stessa: è fatta di suoni, di parole di poesia, ma rimane lontana da quella umanità che in ogni caso la ha ispirata. Le grandi passioni, i dolori, il travaglio restano fuori dalla sala, come se non facessero parte dell'umanità, come se il pathos che cerchiamo nella rappresentazione artistica non fosse parte costitutiva della sua natura.

I concerti, le serate musicali, le rappresentazioni teatrali volute dalla Fon.Ca.Ne.Sa. invece hanno un'altra natura. In esse si mira all'arte con l'intervento di grandi interpreti sulle pagine di autori di assoluto rilievo. Si cerca la percezione melodia, come deve essere per tutte le manifestazioni dell'arte: ma l'umanità vissuta è sempre presente e sottolineata. Nei suoi aspetti più significativi. La conoscenza del dolore e il suo superamento; il conforto che deriva dalla sublimità lirica, la serenità raggiunta con le qualità più nobili dell'anima.

Tracciare la storia delle serate musicali della Fon.Ca.Ne.Sa. significa scrivere un capitolo inedito della storia della musica. Inedito solo per quanto riguarda le motivazioni delle proposte al pubblico, dal momento che, per quanto riguarda l'aspetto creativo i grandi geni, della musica come del teatro o della poesia, hanno sempre plasmato le proprie opere immortali nella sostanza della sofferenza e nella prospettiva di superarla attraverso il sublime: Mozart, Beethoven, Leopardi riuscivano ad elevarsi oltre le soglie del comune sentire perché consolavano il dolore con il canto. Il proprio dolore.

Chiarito questo aspetto profondo dell'arte vissuta e non semplicemente raffigurata, diventa agevole comprendere il senso del cammino ventennale della Fon.Ca.Ne.Sa. che dalla fine del Novecento si accompagna alla musica. Grande musica, ospitata nei templi riconosciuti della melodia etnea.



26 marzo 1999
Si iniziò nel 1999 al Teatro Massimo Bellini di Catania con un concerto diretto da Giuseppe Garbarino, la cui carriera è segnata da successi sia in Europa che in America. La sua è una personalità vivace, che mira alla continuità dell'arte classica nelle sue derivazioni moderne e ovviamente si avvale di una ritmica, di una orchestrazione, di una suddivisione dei tempi tali da esaltare la concezione odierna della vita, anche quando considera gli autori del passato. La parre vocale femminile fu affidata al soprano Laura Cherici la cui lucentezza di timbro e splendore di metallo furono subito applaudite dal foltissimo uditorio catanese come lo erano state negli importanti della sua ricca carriera. E' la cantante adeguata per il carattere stilistico della serata. La cantante infatti era stata la Susanna nelle Nozze di Figaro sotto la direzione di Kuhn ( e questo dice molto per chi ricorda i vertiginosi vocalizzi mozartiani e il temperamento impetuoso del direttore austriaco). Ma è importante la sua partecipazione al Ve-Makropulos nel ruolo di Kristina. L'ispirazione di Janàcek è intorbidata da una crisi esistenziale profonda. Le sue note richiedono una partecipazione non formale. La vicenda della morte si scioglie nella vita è un ritratto di non comune complessità psicologica. Si potrebbe continuare a chiosare la carriera di questa cantante per comprenderne le qualità. Ci basterà ricordare la sua intensa interpretazione della Lupa di Tutino ( una novità di cuore antico) al Massimo di Palermo quando un pubblico competente restò affascinato da una creazione che continuava il verismo verghiano con un verismo suburbano del Novecento. Il baritono del concerto Fon.Ca.Ne.Sa. era Paolo Speca, anche egli ricco di interventi nei teatri internazionali.
Il programma della primaverile serata (era il 26 marzo 1999) era tutto occupato da Gershwin, dall'allegria incontenibile di Swanee e I Got Rhythm, fino alle note patetiche di Porgy and Bess. Il divertimento ritmico del jazz e il canto melodioso della tradizione europea che l'autore si era portato nel nuovo continente come ricordo indelebile dei propri antenati vissuti nella tradizione slava.



19 maggio 2000
Il concerto del 19 maggio 2000, sempre al Massimo, che salvo motivate eccezione è stata la “casa” della Fon.Ca.Ne.Sa. nell’arte, ebbe un andamento tutto diversi, essendo incentrato sul baritono Bruno Praticò (carriera internazionale e interesse pronunciato per i ruoli buffi, dal Barbiere di Siviglia alla Cenerentola rossiniana, alle perle rare dell’Italiana in Londra di Cimarosa): la sua vocalità è perfettamente adeguata ai ruoli; alla comicità delle situazioni ritratte e assecondata da una voce forte, sicura, ma anche flessibile secondo le necessità dell’ironia o della parodia.

Al pianoforte c’è Rosetta Cucchi che avviò il programma con i Peccati di Vecchiaia di Rossini il cui centrale (L’addio alla vita: elegia su una sola nota) è un autentico capolavoro di raccoglimento sonoro, un consuntivo pensoso per una esistenza operosa dedicata alle Muse. Seguì una di quelle rarità che il baritono ama: una composizione di Maria Felicia Malibran (celebre soprano e compositrice, amata anche da Bellini) dedicato al suo contemporaneo (cioè ottocentesco) celebre basso, Luigi Lablache (che era il prediletto anche da Bellini), con un titolo cupo (La visita della morte), ma uno sviluppo elegiaco consolante, la vera serenità conquistata dalla Fede.

Quindi le canzoni buffe: Lu tradimiento, Viva il matrimonio, il Trovatore in caricatura di Donizetti e le canzonette allegre dello stesso autore bergamasco (Me voglio fa ‘na casa) o del Pesarese (Beppa la Napolitaine).

Fu la serata dell’allegria, temperata comunque da quelle riflessioni spirituali che abbiamo indicato. Lo stile della Fon.Ca.Ne.Sa. in musica era perfettamente rispettato.

2001
Il 2001 si iniziò per la Fon.Ca.Ne.Sa. con un omaggio agatino il primo febbraio nel santuario del Carmine, addobbato con scenografia monografica da Francesco Scialfa (cioè una sensibilità pittorica per la sacralità dell’evento), diretto da Antonio Manuli alla testa dei Nuovi Cameristi Italiani e con un quartetto vocale di tutto rilievo, con il soprano Graziella Alessi, il contrarlo Francesca Aparo, il basso Daniele Bartolini e il tenore Antonio Alecci la cui voce svetta sicura, sempre accompagnata da un gesto che rene tonalità dell’ispirazione.

In programma quella vasta composizione di Mozart che è il Requiem k.626: il testamento spirituale del Salisburghese che contiene le sue riflessioni sul senso della vita e le sue deduzioni sul proprio passaggio.

Fu un’opera sofferta, alla quale l’autore lavorò con strazio, come se dovesse condensare in essa un messaggio definitivo che non avrebbe voluto. Forse aveva la sensazione che quello fosse il requiem della sua stessa esistenza. Le note scure del basso, l’implorazione alta del tenore ascendono verso la celeste consolazione del soprano, mentre il contralto fa da tramite tra la pace promessa e il tumulto delle passioni terrene. Non è uno spettacolo. Non è un concerto. E’ una preghiera, come sottolineato dalla solenne collocazione che fece risuonare in modo non teatrale, ma sacro la tremenda immagine del Dies Irae, il pianto compunto del Lacrimosa, le speranze della salvezza nell’Agnus Dei. In quella serata si toccò uno dei vertici dell’arte e della religiosità umana. Poco tempo dopo, il 24 marzo dello stesso 2001 la Fon.Ca.Ne.Sa. ritornava al Massimo per il concerto monografico di Denia Mazzola Gazzaveni, una delle voci più significative dell’attuale panorama lirico il cui ultimo nome ricorda il Maestro indiscusso dell’orchestrazione italiana.

Ad accompagnarla al pianoforte Sebastiano Spina. In programma, come sempre, una parentesi spiritual (Dio pietoso, dalla Resurrezione di Franco Alfano) di cui il soprano rese con perfezione di dettagli la tessitura lirica cordiale, e una serie di capolavori del repertorio: Oh quante volte dai Capuleti bellini ani; Ah non credea mirarti, dalla Sonnambula; Un bel vedremo, dalla Butterfly pucciniana, Vissi d’arte dalla Tosca e Voi lo sapete dalla Cavalleria di Mascagni. Una antologia di brani, ma unico il disegno di insieme che si può esprimere in una sola parola: il belcanto. La Mazzola ha una voce duttile che le consente di dare espressione alle situazioni più patetiche del melodramma, di fare apparire autentiche le passioni teatrali che vi sono contenute. Insomma di creare i personaggi con le loro storie, con le loro debolezze, con i loro eroici sacrifici.

Non solo gorgheggi o spericolati volteggi sul pentagramma.

8 maggio 2002
Nuova annata, nuovo stile: per il concerto di primavera una ventata di brio affidata al pianoforte di Paola Selvaggio, con la conduzione scoppiettante di Pippo Pattavina, il re dell’intrattenimento siciliano. In scena la Vedova allegra di Lehàr: una antologia dei brani più rinomati, interpretati da Cristina Pastorello nel ruolo del titolo, da Roberto Bencivenga in quello del suo innamorato viveur, e poi Patrizia Gentile (Valencienne) Antonio Alecci (una costante di qualità negli appuntamenti al Teatro Massimo) nel ruolo del di lei spasimante, Yba serata allegra resa ancora più spumeggiante da alcuni brani celebri dello stesso genere lirico frizzante: La Perichole in cui c’è tutto il sapore della Belle Epoque. A dirigere l’orchestra Carmen Failla la quale ha una sensibilità musicale puntuale e attenta ai dettagli espressivi.

5 aprile 2003
Questa volta a condurre la serata giunge Emanuela Ersilia Abbadessa, musicologa di vaglia che alla conoscenza sicura della materia (di cui è docente universitaria) unisce il savoir faire e il tratto amabile necessario in un galà eleganze. In scena, come sempre, maestri del belcanto: il soprano Elizabeth Vidal, il baritono Roberto Frontali reduce dai successi in Giappone, il mezzosoprano Anna Schiatti dalla voice cristallina e possente (applaudita in tutto il mondo, da Tokyo agli Stati Uniti), e il tenore Christian Ricci. In programma una silloge di classici, dalla Carmen di Bizet al Werther di Massenet, ; dalla Cavalleria Rusticana al Rigoletto, per giungere a pagine squisite dei Racconti di Hoffman di Offnbach e dell’Arlesiana di Cilea. La successione degli stili e la studiata varietà dei temi dimostra come la Fon.Ca.Ne.Sa. abbia imboccato decisamente la strada che contraddistingue i migliori festival musicali: esplorare il meglio in ogni genere di composizione.

10 maggio 2004
Sul palcoscenico vastissimo delle Ciminiere venne presentata una monografia musicale con un titolo intrigante: Le donne di Bellini. La serata venne condotta da Mariella Lo Giudice che nella sua ricchissima esperienza teatrle ha esplorato gli aspetto più vari della femminilità, da Marianna Ucria, di cui ha creato il tipo teatrale alla Cleopatra scespiriana di cui ha dato una interpretazione profondamente umana che si pone accanto ai vertici dell’arte teatrale. Donna tra le donne ha accompagnato la serata in cui l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Arte e Musica, diretta con brio da Carmen Failla ha aperto il programma con la sinfonia del Pirata. Poi la voce acclamata di Denia Mazzola Gazzaveni si è alternata a quella del soprano Rosanna Savoia del mezzosoprano Gabriella Colecchia in una galleria di personaggi melodrammatici: la Straniera donna regale nell’amore incognito; Giulietta fanciulla dell’amore purissimo a cui resta fedele fino alla morte, la Sonnambula che pur toccata da indegni sospetti rimane ferma nella propria purezza; Beatrice di Tenda, protagonista di una fosca vicenda d’amore negato.

E poi Norma l’eroina selvaggia come Medea ma ardente di amore maturo come Andromaca, che nella sua lirica storia riassume parecchie tonalità del sentimento. La Mazzola conclude nel lunare inno alla Casta Diva la seconda parte della serata, avviata dalla sinfonia bellicosa della Norma.

Un trionfo di applausi. L’appuntamento della Fon.Ca.Ne.Sa. ci abitua a vertici dell’arte.

2005
Un anno particolare: ricorrono 20 anni dalla scomparsa di Santella Massimino nel cui nome la Fon.Ca.Ne.Sa. ha creato le sue case di ospitalità. La ricorrenza sarà solennemente ricordata con un concerto monotematico, sulla musica dello Stabat Mater di Pergolesi. E’ stato un avvenimento di tale rilievo artistico e letterario, oltre che umano, che è necessario renderne conto a parte. Il 10 aprile, al Massimo, il concerto di primavera consiste in una lettura parallela del Barbiere di Siviglia di Beaumarchais e di quello di Rossini. L’idea di mettere a confronto partiture operistiche e testi teatrali in prosa (o spunti di romanzo) da cui i libretti sono stati desunti, negli ultimi anni, ha ricevuto un impulso insperato. Si sono fatte tali letture per la Norma, per la Butterfly, per la Traviata. Nella nostra città la Società degli Amici della Musica è stata benemerita organizzatrice di prime mondiali. Soffermiamoci sul perché delle letture in parallelo.

La trama teatrale ( o di romanzo) solo in apparenza è simile a quella che ne viene musicata. Le necessità del teatro di prosa sono sensibilmente diverse da quelle del teatro lirico. In questo sono necessari ampi spazi canori nei quali i personaggi esprimono i sentimenti con il canto, colorano le passioni con le curve melodiche, con le calligrafie tonali: nel teatro le vaste pause di interiorità possono corrispondere ai monologhi che, si sa, devono essere rari, per non generare stasi nella struttura drammatica che etimologicamente, deve essere dinamica. Impossibile dunque una corrispondenza lineare tra i rari monologhi della prosa e le frequenti arie, cavatine e romanze della lirica. Nei romanzi – altra differenza – le pause di interiorità sono possibili, e anzi sono molto frequenti nello stile psicologico: ma vengono condotte con ampiezza di dettagli che non è pensabile nella resa lirica: pensiamo alla resurrezione di Franco Alfano nella rapidità dei suoi quadri interiori e alla monumentale costruzione da cui deriva, l’omonima di Tolstoj. Ecco allora la necessità, per chi segue le forme dell’arte, di confrontare gli stili e di avvertire le trasformazioni: in altre parole di seguire il divenire della creazione da un genere espressivo all’altro. La Norma di Bellini è romantica e rasserenante, pur nella durezza di certi quadri. Quella di Soumet, da cui deriva, è assolutamente fosca, di atrocità insita. Neoclassica la prima, gotica la seconda.

Anche il Barbiere è ben diverso nella redazione francese e in quella italiana che mise in musica Rossini. Beaumarchais intendeva suonare la diana della riscossa rivoluzionaria (non casualmente la commedia fu vietata e censurata al suo apparire): la finzione che colloca la scena in Spagna è un espediente per non offendere l’Ancien Régime direttamente, ma il Barbiere che si fa beffe dei nobili è il persecutore dei sanculotti che presto avrebbero espugnato la Bastiglia. Con Rossini il quadro è diverso: la leggiadra storia del vecchio innamorato che fa fatto le spese di comici da Plauto in giù, ridiventa una favola allegramente scanzonata. La canzonetta del conte di Almaviva che si finge Lindoro è una delle cose più aggraziate dell’Ottocento. La Rivoluzione è passata. Con la cavatina di Figaro, con il sermone di don Basilio (ripreso da Virgilio) ritorniamo alla serenità olimpica, ancora ignara dei moti rivoluzionari che sarebbero seguiti in Italia.

Il confronto che nei saggi storici si segue tra le asperità dei riscontri testuali, sulla scena diventa piano ed agevole: si assiste in diretta allo sviluppo e alla trasformazione della civiltà. A presentare il confronto è stato quel maestro dell’intrattenimento garbato che è Salvo La Rosa; Giulio Zappa al pianoforte e Enrico Guarnieri come voce recitante dalla irresistibili colorazioni comiche. Interpreti lirici Paolo Bordona (tenore) Manuela Custer mezzosoprano applauditissima a Catania e in tutto il mondo per la sua voce Squillante,m per le colorature brillanti, per la grazia dell’interpretazione. Gli altri personaggi invece sono stati affidati a Davide Cicchetti (nel ruolo di Almaviva), Domenico Colaianni (in quello di Bortolo), al basso Paolo Pecchioli (nella parte di don Basilio) e Caterina Ilardo (Berta). Una serata divertente non poco istruttiva sulle svolte storiche della cultura moderna.

2006
Siamo arrivati al presente. Il 9 aprile Alexandre Dumas, autore della autobiografica Dame aux Camélias, incontra Giuseppe Verdi, autore della Traviata. La scena, al solito, è quella fastosa del Teatro Massimo. L’orchestra Nova Philarmonica è diretta da Carmen Failla; conduttore Salvo La Rosa. Le parti recitate sono affidate alla presneza duttile e umana di Edoardo Siravo, per il canto interpreti di alto profilo: Danielle Streiff (Violetta), Christian Ricci (Alfredo), Roberto Servile (Germont padre) con Caterina Ilardo e Alessandro Fantoni a completare il cast.

Del senso di questi raffronti tra letteratura e musica, tra cultura francese e italiana si è già detto. Della loro efficacia teatrale è stato possibile giudicare immediatamente per l’intensità degli applausi che hanno accompagnato la serata con la quale la Fon.Ca.Ne.Sa. ha proseguito nel cammino interdisciplinare attento alle motivazioni dell’arte e non solo al suo lustro esteriore.

E’ certo che continuerà sui suoi molti spunti che abbiamo indicato, con l’intento di attraversare lo spessore umano che sta a fondamento dell’arte, riconoscendone i linguaggi e soprattutto gli intendimenti.

Queste sue nobili finalità rendono i concerti della Fon.Ca.Ne.Sa. qualcosa di unico nel panorama italiano, dove la bellezza delle cultura musicale si unisce all’utilità della scienza e al calore umano che ne è l’indispensabile presupposto.

Sergio Sciacca

*Questo articolo è estratto dal libro pubblicato nel 2006 in occasione del ventennale della Fondazione
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